| La vita |
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| Mercoledì 15 Ottobre 2008 22:32 |
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VITTORIO BARAVALLE nacque a Fossano il 25 Aprile 1855, da genitori entrambi maestri di scuola elementare, che lo lasciarono presto orfano. Fu adottato dal gen. Carlo Marro, suo zio materno, e trascorse la sua fanciullezza a Trinità; in seguito, visse a Venezia dove era stata trasferita la divisione al comando dello zio, e iniziò gli studi musicali. Trasferitosi ancora, abitò in Palermo ove studiò armonia con il grande M° Platania e, giunto con la famiglia a Bologna, studiò contrappunto con il M° Alessandro Busi, di chiara fama. A Roma, Vittorio iniziò a frequentare la classe di composizione del M° Terziani (con il quale poi si diplomò) del Conservatorio di S. Cecilia dove, nel 1878, venne eseguita la sua romanza "A te!". Nel 1882 il M° Baravalle collaborò con i maestri Sadetti e Terziani alla concertazione della Messa per il secondo anniversario funebre di re Vittorio Emanuele e, il 20 Dicembre 1889, si distinse tra i coristi che eseguivano l'inno sinfonico "A Palestrina", grande concerto in memoria del M° Terziani frattanto deceduto. Ancora studente, il Baravalle scriveva già le sue prime opere: "Don Gerundio" opera buffa in due atti "Norina" "Il nuovo Anfitrione" "I Mori" "Marion Delorme" musicata da Ponchielli. Nel 1880 a Roma la Regia Accademia Filarmonica eseguì l'idillio per soli, coro e orchestrina di archi, arpa e pianoforte "Il Sabato del Villaggio"; il 7 febbraio 1881 Vittorio Baravalle diresse un memorabile concerto della R. A. Filarmonica, di cui era stato nominato socio ordinario. Il 17 Dicembre 1881 il M° Baravalle diresse al Teatro Costanzi in Roma un concerto sinfonico di beneficenza per i terremotati di Casalmicciola, che raduno’ oltre ottocento persone e ottenne un successo strepitoso. Il 16 Gennaio 1882 i Maestri Baravalle, Sadetti e Terziani eseguirono la Messa da Requiem in suffragio del Re Vittorio Emanuele II , nel Pantheon. Il 4 Maggio 1883 fu eseguito a Roma, nel Palazzo dell’Esposizione di Via Nazionale, un importante concerto vocale-strumentale per il matrimonio del Principe Tommaso e Isabella di Baviera, che comprendeva anche l’Idillio pastorale: cantarono, in quell’occasione, i cori della Regia Accademia di S. Cecilia con il soprano De Adler-Barbacini-Alari e il mezzosoprano Matteini, accompagnati dall’orchestra della città di Roma. Fu la consacrazione definitiva di Baravalle quale grande compositore del tempo. Dopo il matrimonio con la torinese Amalia Lavini nel 1882, il 3 Giugno 1883 Vittorio divenne padre di Luisa. La famiglia Baravalle risiedeva a Trinità, nel Palazzo Marro di Via Giuliana, ereditato dal generale nel 1899, con altre tenute e terreni nel circondario fossanese, ma trascorreva anche lunghi periodi a Roma dove nasceranno Ida il 10 Maggio 1886 e Dalia il 26 Novembre 1888. Vittorio Baravalle, uomo di grande eleganza e di carattere solitario, faceva vita ritiratissima, rifiutando di iscriversi alla Associazioni Autori ed Editori, cosicché altri sfruttarono i suoi motivi in tutti i teatri italiani e dilapidando le sue sostanze per organizzare sempre tutto da solo ogni concerto. Nel 1886 vinse il concorso bandito dal Ministero per la Messa da Requiem dell’anniversario della morte di Re Carlo Alberto, che eseguita nel Duomo di Torino e ripetuta nel 1887 per Vittorio Emanuele II al Pantheon, riscuotendo appassionate critiche e grande consenso. La regina Margherita, sua grande ammiratrice, si adopero’ affinché Sua Maestà lo nominasse Cavaliere e si narra che fu necessario fargli trovare la decorazione sul leggio, tanta era la sua umiltà. Nel 1887 venne eseguito a Venezia “Il Mare”, su versi di Ugo Fleres, per coro maschile. Intanto, il Maestro Baravalle scriveva romanze e brevi composizioni da camera che eguagliavano e, a volte, superavano la produzione del Tosti. Nel 1890 il suo “Amor d’artista” si classifico’ secondo con menzione d’onore, dopo la “Cavalleria rusticana” di Mascagni, al concorso indetto dalla Casa musicale Sonzogno per un’opera lirica in un atto. Baravalle desiderava affidare le sue opere solamente al giudizio del pubblico, rifuggendo da raccomandazioni d’ogni sorta, e attendeva da tempo alla sua opera “Andrea del Sarto” che fu finalmente rappresentata a Torino nel Teatro Carignano il 20 Novembre 1890, ottenendo il successo meritato. Nei vari teatri italiani fu sempre accolta con enorme entusiasmo, ma l’autore la ritiro’ dalle scene definitivamente, a causa delle solite lotte fra editori e fra editori ed impresari, ed egli stesso si ritiro’ nella villa La Sansolda in Piovani, luogo che amava più d’ogni altro. La famiglia Baravalle abito’ qui fino al 1907 e fossanesi nacquero gli altri suoi figli: Maria Carolina nel 1891, Olga e Aldo, rispettivamente nel 1895 e nel 1901. Vittorio si dedico’ all’agricoltura e ottene anche numerosi premi per le sue rose e, seppur lontano dal mondo artistico, continuava a scrivere musica; venne eseguito alla radio da Ugo Tansini il suo preludio sinfonico “Renada” e nel Novembre del 1907 fu data alle scene la sua opera in un atto “Iglesias”, al Teatro Vittorio Emanuele di Torino, seguiva anche questa da enorme successo. Già da un mese la famiglia Baravalle si era traferita a Torino, dove cambio’ abitazione ben sei volte fino al 1938. Nacquero altri due figli maschi, che morirono entrambi per malattia molto giovani. E’ bene ricordare che non permise mai ai suoi figli di dedicarsi alla musica, quella stessa musica con la quale lui aveva un rapporto così contraddittorio. Nel Gennaio 1909 Vittorio compose, sui versi di Corrado Venini, il famoso “Inno degli Sciatori”, primo inno ufficiale del III Alpini Sciatori; e, per il matrimonio della figlia Luisa con il futuro generale Cesare Bianchini l’8 Maggio 1909, una “Ave Maria” particolarmente toccante. Ma il Baravalle continuo’ ad essere perseguitato dalla malasorte e, nonostante gli accordi, nel 1910 il Teatro La Pergola di Firenze non rappresentò le opere del Maestro e, quando finalmente il suo nome stava per travalicare le frontiere italiane e le sue opere erano pronte per una tournèe nei maggiori teatri tedeschi, tornando da Vienna nel 1914 dopo aver firmato questi importanti contratti, alla stazione di Centallo il suo stato di salute, che negli ultimi tempi era già molto precario, si aggravò e, giunto alla Sansolda, i medici diagnosticarono la trombosi celebrale. Fu curato a lungo, iniziò una penosa convalescenza: non gli era permesso alzarsi dal letto, ne’ tanto meno suonare il pianoforte o scrivere musica come egli chiedeva insistentemente. Fu la guerra e cadde sul Baravalle e sulle sue opere il silenzio. Nonostante lo scoramento, partecipò nel 1915 ad un concorso di canti popolari e si classificò quarto su 200 partecipanti con l’inno “Madre Italia”; ma l’”Andante religioso” del 1920, la “Danza delle Bambole” e “Malinconia” del 1931 non furono più stampati. Il 7 agosto 1921 chiese ai suoi familiari un po’ di solitudine e bruciò in giardino tutte le partiture dei suoi lavori, pervaso da un profondo sentimento d’angoscia e amareggiato dalle delusioni che la sua passione gli aveva provocato. Nel Novembre del 1922 morì la sua tanto amata figlia Luisa e nel 1925 fu trascinato nel fallimento della banca alla quale aveva affidato tutti i suoi averi, perdendo ogni suo bene, anche la Sansolda. La sua cara moglie morì il 17 Aprile 1928 e il Maestro visse a Torino in casa del figlio Aldo, triste e dimenticato, fino al 1938; si ritirò nella Casa di riposo “G. Verdi” di Milano dove morì il 4 Aprile 1942. Aveva 87 anni. Un grande e dimenticato artista piemontese, che mai piegò il proprio ideale a compromessi di alcun genere, arrivando perfino a distruggere le sue opere, relegandosi al silenzio, conscio del proprio valore, invidiato da coloro che non possedevano la sua genuina ispirazione. La sua musica unisce semplicità, facilità, calore, passione: è il ritratto di un animo timido e modesto, buono e generoso ma non abbastanza forte per continuare e imporre la ricerca evolutiva che la sua musica proponeva, di una naturalezza sconcertante per l’epoca. |











